Le università del Sud perdono 120 professori ogni anno.

L’ultimo lavoro di Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, analizza il decreto che l’8 agosto scorso ha dato – sulla carta – le risorse alle singole accademie soffermandosi sull’allegato “punti organico”, termine ostico ma decisivo per garantire in ateneo didattica e ricerca. Bene, la tabella del Miur indica – per segnalare i poli estremi – da una parte due atenei come Cassino e Catania, che nel 2019 hanno ottenuto “0” punti organico aggiuntivi e, dall’altra, l’Università di Bologna, a quota 75,69 “po aggiuntivi” e il Politecnico di Milano, a 69,54. Ecco, Cassino e Catania possono assumere un nuovo professore ordinario ogni due che vanno in pensione (si sono guadagnati un “regime assunzionale” al 50 per cento), la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa quasi dieci docenti per ogni pensionato, la Sissa di Trieste sette, il Politecnico di Milano cinque (così come l’Università di Bergamo).

“Avere molte università meridionali con una possibilità di reclutamento inferiore alle persone che hanno cessato servizio e avere, invece, gran parte degli atenei settentrionali in grado di ampliare offerta didattica e qualità della ricerca è una scelta suicida per il Paese”, dice Luca Bianchi, direttore di Svimez, autore dell’articolo insieme al ricercatore Pasquale Terracciano. “Al Nord si continua a vedere una crescita di studenti e questo significa più richiesta, più tasse incassate, dunque, più cattedre che a loro volta stimoleranno un movimento virtuoso verso il Settentrione e strangolante per le accademie del Sud”.

“Un numero rilevante di insegnamenti universitari sta migrando da atenei che avranno minore capacità di fare buona ricerca e, quindi, di attrare finanziamenti d’eccellenza. Così un’intera area geografica, il Sud, muore: muoiono la formazione, la cultura, la capacità di fare innovazione”. E’ ancora Svimez. L’associazione no profit segnala come gli atenei penalizzati siano spesso e comunque virtuosi rispetto ai canoni ministeriali – l’università del Sud con i conti in miglior ordine è Catanzaro -, ma non reggono il passo delle università settentrionali, “dove è più semplice avere finanziamenti da privati o supporti dalle Regioni”. Dice il direttore Bianchi: “Si può controllare il baronato e il familismo senza bruciare l’intera foresta”. Infine, “se sistematicamente tutta un’area, la più fragile del Paese, risulta svantaggiata in un settore determinante per lo sviluppo, ha senso per l’intero sistema continuare con un modello di ripartizione che rafforza i più forti e indebolisce i più deboli. Il divario si riduce investendo nelle infrastrutture sociali, le università appunto, non punendole”.

Fonte: Corrado Zuino, La Repubblica.
Articolo intero: https://www.repubblica.it/scuola/2019/10/11/news/le_universita_del_sud_perdono_centoventi_professori_ogni_anno-238293876/

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